SE MI PRENDO CURA DI ME, CHI SI OCCUPA DEL MALATO DI DEMENZA? (PRIMA PARTE)



Diverso tempo fa, una moglie, che si prendeva cura di suo marito malato di demenza da circa quattro anni, mi chiese di darle aiuto perché non ce la faceva più. Si sentiva oppressa, arrabbiata o ormai al limite.


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Si occupava del marito tutto il giorno e cercava di fare il possibile per lui. I figli (un maschio e una femmina) erano lontani e per via del lavoro non riuscivano a garantire il loro supporto (cercavano di fare del loro meglio attraverso delle chiamate telefoniche) e aveva pochissimi amici, poiché con la malattia del marito, aveva scelto di limitare le relazioni sociali per dedicarsi interamente a lui.


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Nonostante l’attenzione e la cura che mostrava e donava a suo marito, spesso si sentiva affranta e arrabbiata, perché in alcune situazioni lui mostrava aggressività nei suoi confronti e non riusciva a comprendere il motivo di questi comportamenti né come fare per gestire queste situazioni.

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Durante il colloquio rimasi per la maggior parte del tempo in silenzio: sentivo il suo desiderio di condividere questo malessere e avevo deciso di assecondarlo. In più, dentro di me sentivo solo di volerla ascoltare.


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Poi, verso la fine, le chiesi: <<Come si sente ora?>>. Mi rispose:<< Male>>. Le replicai: <<Sente il bisogno di dedicarsi un po’ a lei? Mi rispose:<<Si>>. Quindi, le domandi:<<Allora, perché ora non si prende un po’ cura di lei?>>

Frastornata e disorientata, mi disse subito senza pensare: <<Come faccio a prendermi cura di me? E di mio marito, chi si occupa?>>

La sua risposta era comprensibile: figli lontani, pochi amici. Come darle torto?


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Il colloquio andò avanti ed ebbe la sua fine, ma mi preme soffermarmi sulla sua risposta.

<<Come faccio a prendermi cura di me? E di mio marito, chi si occupa?>>

Di fatto, le considerazioni che si possono fare in merito sono diverse, ma voglio fare focus su una di queste (alle altre darò spazio nei prossimi post):

La sua risposta presupponeva un aut aut : se mi prendo cura di me, non mi occupo di lui. Se mi occupo di lui, non mi prendo cura di me.


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Una tipologia di pensiero di questo tipo (O IO O LUI) spesso non ci permette di essere felici e fiduciosi, ma il più delle volte porta rabbia e sentimenti di tristezza.


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Se ci troviamo ad affrontare una situazione simile e sentiamo del malessere, mi permetto di suggerire di:


Fermarsi un po’ e di mettersi in ascolto di sé per poi porsi una semplice domanda: Posso occuparmi di me e di chi mi prendo cura senza sacrificare l’uno o l’altro? In altre parole, posso trovare un equilibrio tra i miei bisogni e le sue necessità?


Soddisfare i nostri bisogni ci permette di avere energie per gli altri. Ma se i nostri bisogni restano insoddisfatti, le nostre energie si esauriranno presto con il rischio di minare il nostro benessere e di non offrire le cure che vorremmo donare ai nostri cari.

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